Ritorno in Africa: Alain Mabanckou - Rivista Cadillac

Ritorno in Africa: Alain Mabanckou

di Agnese Manfrin

 
Alain Mabanckou nasce nel 1966 nella Repubblica del Congo e trascorre l’infanzia a Pointe-Noire, capitale economica del paese. Si trasferisce in Francia a ventidue anni per completare gli studi e rimane a Parigi fino al 2002, quando ottiene una cattedra come professore di letterature francofone all’Università del Michigan. Attualmente vive a Los Angeles e insegna alla UCLA. Primo autore francofono dell’Africa sub-sahariana a essere pubblicato nella prestigiosa collana La Blanche di Gallimard, ha ricevuto numerosi riconoscimenti per i suoi romanzi, tradotti in quindici lingue, tra cui nel 2006 il premio Renaudot per Memorie di un porcospino.Domani avrò vent’anni, vincitore del premio Georges Brassens, è il suo secondo romanzo pubblicato da 66thand2nd dopo Black Bazar (2010). L’autore è stato di recente insignito del titolo di Cavaliere della Legion d’onore per decreto del presidente della Repubblica francese. Partecipa, insieme ad altri dodici scrittori africani, al progetto Pilgrimages promosso dal Chinua Achebe Center for African Writers and Artists per il rilancio della cultura africana nel continente. La relativa collana vedrà la luce nel 2012 e promette di rappresentare il più importante arricchimento per l’archivio letterario dell’Africa dai tempi delle African Writers Series degli anni Sessanta.

 
Domani avrò vent’anni è un romanzo che parla della ricerca da parte di un giovane africano di un suo posto nel mondo, ma parla anche di un periodo difficile per un continente che di periodi difficili ne ha visti non pochi. Le due vicende, quella di Michel e quella dell’Africa, sembrano muoversi in contemporanea anche se in direzioni non sempre convergenti. Per un africano, cresciuto negli anni settanta, quanto è stato possibile separare la propria vita e le proprie esperienze private, il suo destino, dal destino del proprio paese e più in generale del proprio continente?
È stato molto difficile separare la mia vita dall’ideologia comunista, perché il Congo, il mio paese, a quei tempi era un paese comunista e l’ideologia era molto forte e molto sentita. Era come se fossimo abituati ad assimilare qualsiasi cosa venisse dal sistema, in particolar modo dall’Unione Sovietica. Un ragazzo come me a dieci anni imparava a leggere la letteratura russa e i testi di indottrinamento, che mandava a memoria e declamava. Allo stesso tempo, però, ho cercato di avere una vita mia, con la mia famiglia, mia madre, mio padre, quello che mi piaceva leggere e le relazioni che si stavano sviluppando tra me e gli altri bambini. Non posso dire che sia stato facile avere una vita al di fuori di quella che lo stato ci imponeva, dovevamo fare i conti con la situazione politica. Era impossibile separare se stessi dalle dinamiche politiche, dall’ideologia in cui tutti eravamo coinvolti e quindi ogni forma di espressione artistica doveva rapportarsi al sistema comunista.

Quindi si rifletteva effettivamente sulla sua vita, anche se lei era un bambino?
Anche se ero piccolo tutto era ricondotto al comunismo, le prime pagine del libro trattano proprio di questo (la religione come oppio dei popoli). Ecco perché ho deciso di cominciare il libro con un tocco di comunismo.

La sua esperienza di scrittore l’ha portata fuori dall’Africa a parlare di Africa. Quanto è stato difficile? Quanto ha scoperto del suo continente riflesso nelle opinioni dei non-africani e quanto invece ha dovuto “insegnare”?
Per molto tempo sono stato considerato uno scrittore in esilio, ma non è così. Mi sono trasferito in Francia di mia iniziativa. Volevo andare all’estero, volevo andare in Francia per completare gli studi, andare all’università, ma allo stesso tempo capisco come la gente possa pensare che gli africani scrivano solo di argomenti politici o da esiliati. Il fatto di aver lasciato il mio continente, il mio paese, mi fa male, ma la mia idea è quella di sviluppare un modo differente di scrivere dell’Africa, acquisendo le influenze provenienti dal resto del mondo. In questo modo spero di poter trasmettere una nuova visione del continente. In ogni caso non è possibile comprendere l’Africa senza considerare tutti coloro che dall’Africa se ne sono andati, le popolazioni dei Caraibi, gli afroamericani, dispersi per il mondo a causa della schiavitù. È impossibile spiegare l’Africa parlando solo del continente, di chi ci è rimasto, bisogna parlare della diaspora, includere tutti coloro che se ne sono andati. Tutte le vittime della storia. Scrivendo penso a un’Africa sconfinata, che arrivi ovunque vivano gli africani, con le loro vite differenti. I miei romanzi devono fare i conti allo stesso tempo con il continente e con un altra Africa, che vive fuori dai suoi stessi confini.

Quindi fu una sua effettiva decisione quella di parlare e scrivere di Africa. Avrebbe potuto scrivere di qualsiasi altra cosa, per esempio storie dell’orrore, solo per citare un genere ben definito, e invece ha preferito scrivere di Africa da africano.
Sì. È stata una decisione molto sentita. Sapevo che avrei dovuto testimoniare la mia Africa, con tutte le persone che ho incontrato, tutte le strade che ho attraversato e quelle che ho incrociato.

Qualcuno ha definito la sua scrittura una “scrittura di rivendicazione”, verso i colonizzatori bianchi, verso tutti i tiranni che hanno ammorbato non solo il Congo, ma l’intero continente africano. Si ritrova in questa definizione?
Non direi che si tratti proprio di una rivendicazione. È certamente una risposta a tutto quello che i colonizzatori hanno fatto al mio continente e al mio paese. Anche se sto scrivendo qualcosa di personale, una storia privata, il contesto riflette necessariamente la storia e il passato, fatto di colonizzatori e colonizzati. È molto difficile per uno scrittore africano scrivere senza includere questa storta di rabbia, questa rivendicazione. Anche se scrivo in francese, il mio uso della lingua trasmette il mio risentimento, cerco di mantenere uno stile che restituisca un sentimento di rivoluzione letteraria. Ma non voglio che sia tutto qui, voglio che questa rabbia sia in qualche modo creativa, propositiva, qualcosa di ispirato. Voglio superare il sentimento di rivendicazione e trasformarlo in un inno universale così che chi soffre in Francia, in Italia, in Grecia, ovunque nel mondo, e legge i miei libri si riconosca in quello che scrivo.

Il suo romanzo è stato definito anche come un “romanzo di speranza”. Ci potrebbe dire come la scelta di ambientare la storia di Michel nel passato, anche se non troppo lontano, negli anni ’70 e ’80 del secolo scorso, potrebbe essere vista come un messaggio stimolante e che dia speranza per il futuro – quindi come effettivamente il passato si collega al futuro in questo caso?
Credo che esista una connessione molto forte tra passato e futuro. Senza considerare il proprio passato non è possibile costruirsi una speranza. È necessario pensare agli anni ’70 e ’80 e a quanto sono stati influenti nella storia africana. È stato il periodo delle dittature, del comunismo, della guerra del golfo, dell’uccisione di molto capi di stato. Trovo che parlare di quel periodo possa aiutare a comprendere il presente, il mondo come lo conosciamo oggi che è indubbiamente il risultato del proprio passato. Per costruirsi una speranza occorre conoscere la propria storia, quello che è successo prima di noi, da questa consapevolezza è possibile procedere ed evolvere senza cadere negli stessi errori e incappare negli stessi rischi del passato. Ecco perché il romanzo è allo stesso tempo un dipinto storico e politico e una scoperta personale. In questo modo la mia vita diventa la vita dei lettori, e credo che questo possa trasmettere speranza. Contemporaneamente penso che questa speranza possa essere distrutta se le persone che leggono il libro non arrivano a comprendere da dove provengo.

Recentemente è stato ribattezzato dall’Economist come il “Beckett Africano”. Dato che proprio Beckett però utilizzava nei suoi scritti la parola come mezzo per dimostrare una qual sorta di impotenza a trarre un senso compiuto dalla realtà, pensa che questa definizione le si addica, soprattutto in riferimento al suo ultimo libro?
Per me è stato strano. Forse perché non sono una persona statica ma cerco di muovermi il più possibile. Ascolto il suono e la furia del mondo e cerco di ricordarmi che non esiste una sola lingua. Il mondo non è un villaggio, è un’aggregazione di tantissimi villaggi. Amo Samuel Beckett ma non mi sarei mai immaginato che un giorno sarei stato paragonato a lui, ma è una cosa che succede nella letteratura occidentale. Gli scrittori africani vengono paragonati alla norma, a quelli che dagli europei e dagli statunitensi vengono considerati modelli, “monumenti” letterari. Cercano sempre termini di paragone. In ogni caso è stato un bel complimento e spero che i lettori la pensino allo stesso modo.

Nelle sue canzoni George Brassens descrive solitamente momenti di vita comune, di uomini, di donne, di mercati, una poesia semplice e quotidiana di oggetti, azioni e persone, che sempre troppo spesso passa inosservata o viene considerata come qualcosa da evitare perché scontata e banale. L’inserimento e la citazione di questo autore nel suo ultimo libro potrebbe quindi forse definirsi una cosa effettivamente voluta e mirata ad ottenere una sorta si sottofondo musicale che accompagna Michel nelle sue scoperte e utilizza lo stesso suo linguaggio (metaforicamente parlando) semplice ma acuto per descrivere il mondo?
Brassens è molto importante per me, è stato il primo cantante francese che ho ascoltato. Avevo dieci anni e mio padre lo ascoltava. Crescendo ho capito che Brassens era importante anche perché ha saputo capire e trasmettere il modo in cui la società stava – e sta – evolvendo. È stato come un nonno spirituale per me. Cantava con questa voce piena in francese, che mi sovrastava e che mi ha aiutato a capire la ricchezza della lingua. Lui parlava del suo paese, e io cercavo di parlare del mio. Michel e Brassens sono molto legati, ecco perché sono stato molto contento di ricevere il premio che porta il suo nome, in Francia. Per me è stato una sorta di riconoscimento, la conferma di quello che è stata la mia infanzia, passata leggendo e ascoltando Brassens. Scrivendo ho ascoltato molto Brassens, per rivivere l’atmosfera di quegli anni, posso dire che mi abbia aiutato a tornare indietro nel tempo e a fissare il punto.

Quest’intervista inaugurerà sulla nostra rivista una rubrica che si premette di conoscere, far conoscere, e approfondire la letteratura africana. Tu fai parte del Chinua Achebe Center for African Writers and Artists. Vuoi dirci due parole in merito?
La Chinua Achebe Association è molto importante. L’obbiettivo dell’associazione è quello di scrivere dell’Africa in un modo diverso da quanto è stato fatto fin ora. Quello che abbiamo letto fin ora è stato scritto da bianchi, persone che hanno conosciuto l’Africa da viaggiatori. L’associazione promuove il ritorno degli scrittori africani nel continente, per passarci due o tre settimane e scrivere qualcosa che venga dalla loro terra. È importante riportare l’origine in Africa, così che gli scrittori africani non scrivano più del continente vivendo al di fuori. Ecco perché ho accettato di fare parte di questo progetto. Sono tornato in Nigeria nel 2010, e ora voglio scrivere di come le persone si comportano, cooperano, vivono, come vedono l’Europa, come descrivono la propria vita. Possiamo chiamare questo progetto Back to Africa, che restituisce tutta l’intenzione dell’associazione, legata a doppio filo al mio continente.

L’illustrazione è di Julia Binfield.

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