Sergent Pepper Lonely Cover Band - Rivista Cadillac

Sergent Pepper Lonely Cover Band

di Natan Mondin

Ho studiato da chef, ma lavoro in una caffetteria in Duomo; è un bar del gruppo Autogrill, perché così c’è scritto sul contratto di apprendistato. Non Autogrill, non lavoro sopra Feltrinelli; si chiama Puro Gusto, è vicino alla Mondadori. Non mi piaceva fare il cuoco, tanti sacrifici e poco tempo da dedicare alla musica. A dirla tutta, odio mettere il cappellino, quello della divisa. Loro dicono che è obbligatorio. Quando mi tocca il turno al bancone o in cassa è una tragedia; preferisco alzarmi presto, attaccare alle sei, passare la mattinata a confezionare panini e piatti freddi, piuttosto che dare il resto ai turisti cinesi con i capelli legati sotto quel coperchio di cotone. Che poi prende l’odore di bruciato delle piastre; più le pulisci, le piastre, e più puzzano. Non guadagno male e poi arrotondo suonando con un gruppo, i fine settimana, quando capita. Non ho tante spese, i sessanta euro a serata mi bastano per i vizi, il resto lo spendo in abbonamento del treno e rate della macchina, che il papà della mia fidanzata mi ha venduto. Convivo e se non convivevo, vivevo con mia mamma e mia sorella che, al contrario della mia fidanzata, non capiscono nulla di stile. Lei, la mia fidanzata intendo, mi accompagna a comprare i vestiti di scena, che mica posso suonare Sergent Pepper’s con la maglietta degli Henry Cow. Non mi piacciono i pantaloni a zampa e le camicie a fiori, mi sento imbarazzato quando le metto, e pure un po’ costretto; come quando guido una macchina che non è del tutto mia. Nemmeno lo sport mi piace, così come il cinema e ballare. Adoro suonare, anche se il genere che fa il mio gruppo non è dei miei preferiti. I Beatles, non li ho mai ascoltati. Non li ho mai ascoltati perché non avevano le tastiere e non capisco il motivo per cui mi hanno voluto a tutti i costi come quinto elemento. Il chitarrista, che è pure il cantante, mi passa gli spartiti e io studio i pezzi sul treno e a casa. Proviamo in un garage sotto l’Esselunga, “Love me do” e compagnia bella. Forse li lascerò, forse no. Dipende. Adesso si sono messi in testa di fare i loro pezzi, ma a me non piacciono. Preferisco altro, ma non trovo nessuno che lo suoni con me. Da poco, ho ricostituito un gruppo, con cui suonavo anni fa e spero di poter trovare un’alternativa. Niente che mi entusiasmi più di tanto, ma le tastiere in questo genere sono fondamentali. Sabato prossimo facciamo il primo concerto, al Game Week. Il pezzo forte è di Koji Kondo, un pezzo famosissimo, anche se Koji Kondo nessuno lo conosce, nemmeno di vista. Ma non è un problema, perché mi sento più a mio agio con i baffi di Super Mario che con quelli di Ringo Starr, che poi suonava la batteria.

 

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