Walk away - Rivista Cadillac

Walk away

di Michele Crescenzo

Oggi è arrivato troppo presto in ufficio, non c’è ancora nessuno. Preme il tasto di accensione del suo computer ed intanto tamburella coi polpastrelli sulla scrivania, in testa ha una musica lontana. Succede – pensa – ti svegli con una canzone in testa, ti accompagna per tutta la giornata e non sai nemmeno in che lingua è, di cosa parla, chi è l’autore.
Si affaccia alla finestra, è inquieto e sa perché  Con i suoi primi viaggi c’era solo entusiasmo, conto alla rovescia, foto da mettere su facebook; ora è diverso, è come se quel momento si fosse esteso, avesse rubato spazio, importanza.  Ormai per lui il viaggio è diventato un rituale necessario, un prezioso lavoro di prospettiva, una pura e semplice pratica zen.
Non è solo trovare il suo posto pulito, illuminato bene, è tutto quello che gli gira intorno.
Il computer è acceso, ma lui è ancora alla finestra, attratto dal retro di un autobus che ritrae il faccione di Sean Penn travestito da Robert Smith e pensa che, in fondo, è un po’ come andare al cinema. È un po’ come essere seduto su quelle sedie sempre troppo scomode e assistere alla pellicola della propria vita, dei propri affetti e impegni.
Ad un tratto uscire fuori. Non importa se, in quel momento, quello che proiettano ti piace o no, se ci sono scene d’amore o sparatorie. Esci dalla sala ed entri in un aereo dall’area sterilizzata, a cui fanno seguito odori sconosciuti, cartine da interpretare, nuove lenzuola su cui riposare, scelta delle cose da vedere, cosa assaggiare,  orecchie che ascoltano persone con pellicole di vita inaspettate, paesaggi inimmaginabili.
Ti senti tirare, scuotere. Ti senti relativo.
Dopo questa lavatrice di sensazioni, rientrare nel cinema senza far troppo rumore, chiedere permesso e risedersi al proprio posto. Rilassarsi e continuare a seguire il proprio film, solo qualche minuto dopo. Accanto a te le persone parlano delle stesse cose e si risponde nello stesso modo. Ti trattano come se non fosse successo nulla, il cambiamento è impercettibile ai loro occhi. Ma nei tuoi c’è qualcosa di diverso: il tuo sguardo è più largo, intenso. Nei gesti o nelle parole, individui sfumature su cui prima sorvolavi ma che ora prendono peso, valore.
Noti dei microfoni fuori scena, ti chiedi che ruolo hanno le persone ed a quale devi dare più importanza. Alcuni macigni ti sembrano più leggeri, alcune sicurezze meno scontate.
I suoi polpastrelli continuano a suonare musica sconosciuta anche ora che è tornato al suo posto e, scorrendo la posta elettronica, pensa che ormai non può più farne a meno del suo rituale necessario, del suo lavoro di prospettiva, della sua semplice e pura pratica zen.
Un rumore dall’ingresso dell’open space; è arrivato un suo collega che gli chiede di prendere un caffè insieme. Lui sorride ma non è per il suo arrivo e nemmeno per la metafora o l’idea della partenza.Sorride perché, come un’improvvisa illuminazione, ha capito che la canzone che aveva in mente è Walk Away, di Tom Waits.
Closing Time.

Un posto pulito
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